Il 24 aprile 1915 gli armeni ricordano Metz Yeghern (il Grande Male), che designa lo Sterminio di un milione e mezzo di civili armeni, deciso dal governo dei “giovani turchi” durante la Prima guerra mondiale. Per ricordare evento proponiamo la poesia "Il carro dei cadaveri" di Daniel Varujan, intellettuale armeno ucciso. Per una di quelle strane coincidenze, quando fu ucciso aveva In tasca la raccolta di poesie che aveva intitolato “Il canto del pane”, un testo che fu ritenuto perduto per molti anni. Dopo la fine della Prima guerra mondiale, alcuni amici superstiti decisero di darsi da fare per cercarlo. Ingaggiarono un agente segreto, Arshavir Esayan, che lo ritrovò fra l’enorme quantitativo di beni sequestrati dagli armeni. Pubblicata a Costantinopoli nel 1921, la raccolta diventò il simbolo della vita del popolo armeno, i versi di una generazione spezzata. Le crude immagini della poesia che la contraddistinguono sono un invito alla riflessione sull'efferatezza di tutti i massacri, contro qualunque a o etnia.
Verso sera per le strade deserte passa un carro cigolando. Un cavallo sauro lo tira, dietro cammina un soldato ubriaco. È la bara dei massacrati, che va al cimitero degli Armeni. Il sole al tramonto distende sul carro una sindone d’oro. Il cavallo è magro: trascina a stento il raccolto dei suoi padroni crudeli. Con le orecchie pendenti, sembra riflettere intensamente a quanti Secoli servono per arrivare all’ultimo fienile dei santi mietuti …… E sui muri intorno la sua coda pendente Spruzza sempre, sempre sangue. E ancora sangue continua a sgorgare dai cerchi delle ruote, come se il carro trasportasse rose, come se fosse dell’aurora il carro di fuoco. Sono uno sull’altro i cadaveri, il figlio nei riccioli della madre avvolto. Uno ha ficcato l’intero pugno nella calda ferita aperta dell’altro. E un vecchio con la mandibola in frantumi fissa gli occhi nel cielo, dove una maledizione e una preghiera si mescolano alla nera vendetta. L’intestino uscito fuori di un altro penzola giù dal carro: un cane da dietro l’afferrae si dedica a divorarlo. Non hanno più forma né testa: portano ferite di mille armi. Il loro corpo è già fratello alla terra: ecco, vanno al cimitero. Su di loro nessuno viene a piangere o a dare l’estremo saluto: nel silenzio della città solo l’odore del sangue va attorno con lo zefiro. Ma nel buio di finestra in finestra ecco, candele si accendono: sono le nonne che pregano di nascosto sulla bara rossa. E allora su un balcone esce bella una vergine, e piangendo lancia un pugno di rose sul carro che passa.
Il 24 aprile 1915, con l’arresto e la deportazione dell’intera élite armena di Costantinopoli – ecclesiastici, politici, letterati, avvocati e giornalisti -, prese il via l’eliminazione sistematica del popolo armeno sul territorio ottomano. Nella sola primavera del 1915 circa 600 mila armeni furono massacrati dall’esercito turco. Gran parte dei massacri avvenne il 24 aprile. Tra le prime vittime, ci furono i maschi adulti, chiamati a prestare servizio militare, e passati per le armi. Seguì la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile. Per ultimo, i superstiti furono costretti ad una terribile marcia nel deserto, con destinazione Deir es-Zor, in Mesopotamia. Lungo il cammino, i prigionieri, lasciati senza cibo, acqua e scorta, morirono a migliaia. I sopravvissuti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero. Pochissimi furono coloro che, per salvare la vita, rinnegarono la fede dei padri.